1.1 Verso un nuovo equilibrio

Uomo, natura e ambiente sono i protagonisti di un storia millenaria che ha avuto inizio con la stessa comparsa dell’uomo sulla terra. Una storia fatta di incontri e scontri, di influenze e cambiamenti reciproci che ha visto da una parte la natura offrire risorse e sostentamento, ma al tempo stesso esercitare la propria pressione selettiva influenzando profondamente la cultura, i comportamenti e la storia stessa dell’uomo; dall’altra parte l’uomo, che fin dall’inizio di questa convivenza ha cercato prima di adattarsi e poi di trasformare la natura a proprio vantaggio, modificando l’ambiente circostante per garantirsi maggiori possibilità di sopravvivenza.

Con queste dinamiche, il rapporto fra l’uomo e l’ambiente si è mantenuto su un livello di sostanziale equilibrio fino all’avvento della Rivoluzione Industriale del XVIII secolo, momento epocale in cui l’uso di fonti energetiche fossili come il petrolio e il carbone, migliorando le condizioni di vita, portò ad un aumento repentino della popolazione mondiale che passò da circa 1  miliardo nel 1800 agli oltre 3 miliardi nella metà del Novecento, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse naturali.

“Non esiste un piano B, perché non esiste un Pianeta B". Con questa esortazione, il 23 settembre del 2014, il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon ha aperto a New York, il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. L’esortazione è presto diventata uno slogan che da anni accompagna le più importanti manifestazioni ambientaliste.

Gli inconvenienti dell’industrializzazione e della pressione antropica sugli ecosistemi da quel momento sono andati aumentando in maniera esponenziale, come conseguenza di una visione, rivelatasi poi errata, che considerava il sistema Terra come un insieme infinito di risorse e come tale l’uomo ha continuato a sfruttarlo, senza considerare i tempi di rigenerazione dei sistemi naturali.

A partire dagli anni '60 del secolo scorso, l’inquinamento, la perdita degli ecosistemi e la nuova consapevolezza sulla limitatezza delle risorse, portarono alla formazione dei primi movimenti ecologisti, promotori di valori quali la salvaguardia ambientale e la conservazione delle risorse naturali. In quegli anni si comprese anche che ogni singola e puntuale fonte di inquinamento non era confinata nel ristretto ambito locale ma che i suoi effetti si diffondevano e si sommavano tra loro coinvolgendo l’intero pianeta. Proprio perché l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo non rispettano i confini politici degli stati, si cominciò a capire che l’inquinamento doveva essere affrontato su scala globale.

Dagli anni '70, con il diffondersi di questa consapevolezza, si sono moltiplicati gli appuntamenti internazionali nati con la necessità di individuare strategie volte al ripristino di quell’equilibrio ormai perduto e di adottare provvedimenti a livello globale in materia di ambiente e di sviluppo economico.

Si possono distinguere in questo senso due fasi distinte e successive nelle politiche economiche mondiali: una fase di avvio, dal 1972 a fine anni ’80, orientata a portare l’attenzione mondiale sulle problematiche ambientali e a coinvolgere i Paesi in un percorso di condivisione dei principi fondamentali; una successiva fase, incentrata sul fenomeno del riscaldamento globale e contraddistinta dalla volontà di definire ed adottare linee operative d’intervento.

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